Nasce il Movimento della Socialdemocrazia Italiana

La chiamata a raccolta di cittadini e forze ispirate ai principi socialisti, socialdemocratici, liberali e repubblicani, in questa intervista al segretario nazionale PSDI Renato d’Andria.

Nascerà, lavorerà ed avrà vita autonoma. Così il comitato promotore – militanti del PSDI, esponenti di altre aree politiche e simpatizzanti – annuncia l’arrivo in campo di un nuovo soggetto politico, il Movimento della Socialdemocrazia Italiana, che è stato varato ieri nel corso di un incontro presieduto dal segretario PSDI, Renato d’Andria. Ed è proprio lui, il segretario, a porre l’accento sull’indipendenza del Movimento dalle forze politiche tradizionali. Come ci spiega in questa intervista, rilasciata – non a caso – nel giorno del 25 aprile.

«Sì – esordisce d’Andria – non è un caso che l’annuncio venga dato oggi, nel giorno in cui si celebra la libertà e anche, in qualche modo, la rinascita del Paese, avvenuta grazie all’energia morale ed allo straordinario patrimonio di idee e di lavoro dei suoi cittadini. Ed è proprio a queste leve che ci rivolgiamo e che intendiamo sollecitare con la nuova iniziativa».

Guardiamola, allora, più da vicino.

Certo. Noi abbiamo ritenuto che, venuta meno l’efficacia dell’azione politica nelle forme tradizionali, com’è ormai sotto gli occhi di tutti, debbano essere gli italiani in prima persona a riprendere in mano le leve del loro destino. E in tal senso ci proponiamo come soggetto catalizzatore, che intende svolgere un’attività propositiva e, prim’ancora, di chiamata a raccolta.

La vostra chiamata è rivolta indistintamente a tutti i cittadini, o avete individuato anche soggetti più strutturati?

Noi ci rivolgiamo, al di fuori degli schemi, a tutte le forze che si identificano nei valori della socialdemocrazia, del socialismo, dei principi liberali e repubblicani, intenzionate a collaborare attivamente per l’uscita del Paese dalla crisi. Intendiamo partire dalla politica economica, da quelle riforme tanto sbandierate dai soggetti cosiddetti di sinistra, poi rivelatisi alla prova dei fatti incapaci di rispondere alle urgenze dei cittadini e protesi, piuttosto, alla conservazione del loro potere.

Veniamo ora al modo. Da dove pensate di partire?

La nostra non è e non sarà solo una proposta politica. Il nostro è un grido, che sarà rivolto alle forze di cui parlavo prima ma, più in generale, a tutta la borghesia operosa e lavoratrice del nostro Paese, che non sopporta più scelte sulla propria pelle calate dall’alto. E intende darsi da fare, ciascuno in prima persona, per dar vita a provvedimenti in grado di riavviare l’economia e di restituire un futuro ai figli.

Certo, ma come pensate di riuscire, in concreto, a centrare un simile obiettivo?

Il Movimento nasce in questi giorni e sta già ricevendo molte adesioni. Naturalmente fin da ora cominciamo a farlo conoscere, in vista dell’assemblea che convocheremo a metà giugno in un luogo-simbolo, Gaeta.

Anche la scelta di Gaeta, perciò, non è casuale.

Non lo è, evidentemente, perché Gaeta rappresenta, sul piano storico, il punto di unificazione di questo Paese. Ricordo che l’assedio di Gaeta, condotto dall’esercito piemontese dopo l’incontro di Teano, rappresentò il culmine del processo che portò all’unità d’Italia.

Cosa succederà a Gaeta, a metà giugno?

Sono convocate le forze sane del Paese per collaborare col governo che ci sarà. Vogliamo dare ai cittadini gli strumenti per essere soggetti e non oggetti del provvedimenti che riguardano la loro vita. Tanti ci hanno provato, in passato. Ma noi pensiamo che questo sia il momento giusto. Quasi, in qualche modo, un’ultima chiamata…

Mentre noi parliamo, è in fase di travagliata gestazione la nascita del nuovo esecutivo. Questo cambierà qualcosa, rispetto al Movimento della Socialdemocrazia Italiana?

No, non è questo il punto. Noi ci muoveremo a prescindere da quale sarà il governo in carica, tenendo bene in mente che la forza vera del Paese sono i cittadini e che a loro dobbiamo aprire la strada di una ampia e fattiva partecipazione. Senza le alchimie telematiche dei grillini, ma nel segno di una partecipazione pragmatica, dinamica, aperta e rivolta a tutti.

Quale sarà il primo obiettivo della vostra azione?

Lo abbiamo ben chiaro: è indispensabile e quanto mai urgente darsi da fare per rifondare la burocrazia, un apparato roso dalla corruzione e, comunque, complessivamente sfaldato. Da qui discende lo scadimento progressivo delle regole e anche, direi, del “senso delle regole”, che ha pervaso un po’ tutti. E quel vago sentimento di incertezza permanente che permea di sé il Paese. Di questo apparato in disfacimento fa parte il sistema fiscale che, nel generale scollamento, non ha trovato di meglio che martirizzare i cittadini, con un’oppressione non solo insopportabile, ma per molti versi incostituzionale. Non riescono a combattere i grandi evasori e a pagare sono i poveri. Anche con la vita.

Un panorama fosco. Si salva qualcosa?

Si salva lo spirito d’intrapresa degli italiani, la tenuta morale dei cittadini, che è sempre alta nonostante tutto, e lo vedremo. Ma porre con forza l’accento sulla caduta del sistema delle regole serve a capire tutto il ragionamento sotteso alla nascita del Movimento. Un apparato burocratico marcio allontana imprese e investimenti, con un effetto d’impoverimento a cascata. Questo pilastro dello Stato democratico va ricostruito, quasi dalle fondamenta. E noi daremo una mano a farlo.

Altro obiettivo?

Il secondo punto della nostra azione è strettamente connesso al tema della partecipazione attiva dei cittadini. Intendiamo aprire la strada per arrivare ai referendum propositivi su fattori strategici internazionali, per esempio la permanenza o meno dell’Italia dentro l’Unione Europea e sotto l’egida della BCE. O le aperture economiche ai mercati del Mediterraneo. Sappiamo che è un percorso lungo, ma in un momento come quello attuale, questo non ci scoraggia.

Quale potrebbe essere la strada?

La raccolta di firme per presentare una proposta di legge rivolta a modificare quella parte della Costituzione che attualmente impedisce ai cittadini di decidere con referendum, come recentemente ha fatto la Svizzera, la posizione da assumere e le scelte da compiere per l’Italia rispetto al contesto internazionale. Poi sappiamo bene quante proposte di legge, regolarmente avanzate con raccolte di firme, sono rimaste a giacere nei cassetti, quindi siamo pronti a muoverci anche nella direzione di una pressione mediatica per l’esame della proposta. Ma quello sarà uno step che verrà dopo.

Un Movimento che nasce il 25 aprile, una convention in un luogo simbolo come Gaeta. Ma basterà, in un Paese che è ridotto come il nostro?

Certo che non basterà, ma sappiamo che i tempi sono maturi per quella che definivo prima la chiamata a raccolta. E siamo pronti ad assumerci la responsabilità di farlo, perché crediamo che la socialdemocrazia e i principi liberali, che guidano in Europa i Paesi a più alto tasso di benessere, debbano tornare nelle mani dei cittadini per ricostruire il Paese.

Governo di pacificazione nazionale unica strada possibile

Le posizioni da aperto scontro col Pdl assunte da Bersani rispondono a calcoli elettoralistici più che al bene del Paese e chiudono la porta del dialogo ai milioni di elettori che hanno votato per il centro-destra. Mentre incalza l’urgenza di restituire stabilità ed autorevolezza all’Italia, il segretario PSDI Renato d’Andria auspica che l’incarico passi ad una personalità capace di unire e non di esasperare i conflitti. Come Matteo Renzi.

Segretario, qual è il giudizio del PSDI sull’incarico affidato dal Capo dello Stato a Pier Luigi Bersani? Mission Impossible?

Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani


Bersani non è la persona adatta per dare al Paese quel governo di cui c’è urgente necessità. Il segretario del PD ha radicalizzato e portato alle estreme conseguenze lo scontro, determinando una situazione conflittuale non solo con Silvio Berlusconi, ma anche con quella grande parte degli italiani che hanno votato per il Pdl. E tutto questo, senza pensare al bene del Paese, ma solo ai calcoli elettoralistici rispetto all’eventuale ritorno alle urne.

Se Bersani fallisce, qual è lo scenario possibile?
Una strada indicata da più parti sarebbe quella di affidare l’incarico ad una personalità come Piero Grasso. Non ritengo che questa ipotesi, al di là del valore del neo presidente del Senato, abbia possibilità di riuscita. Si tratterebbe inoltre di un governo tecnico, mentre al Paese oggi più che mai serve una guida politica forte.

Vede altre strade?
Sì, ritengo possibile ed anzi auspico che di fronte al possibile e prevedibile fallimento di Bersani l’incarico possa andare a Matteo Renzi, un politico che ha dato prova di saper unire più che dividere, pacificare più che esasperare, grazie anche alla sua matrice cristiana. Renzi si è detto disponibile ad aperture verso quella grande parte degli italiani che ha votato per il centro-destra. E sarebbe, secondo me, l’unico in grado di dar vita ad un esecutivo che sia non solo una grosse koalition, aggregando anche la partecipazione dei montiani, ma un vero governo di pacificazione nazionale, l’unico che possa avere come interesse primario il futuro del Paese ed il rilancio della sua economia, in uno dei momenti più difficili della nostra storia repubblicana.

Un governo del genere potrebbe avere risvolti positivi rispetto all’imminente voto per il Colle?
Penso proprio di sì: attraverso un processo di pacificazione e unione delle forze sane si potrebbe porre fine a diktat e veti incrociati ed arrivale all’elezione congiunta di un presidente grado di reggere autorevolmente il peso politico e morale del Paese.

Lei chi auspica come Capo dello Stato?
Fra i nomi che circolano ci sono alcune personalità validissime. Però, forse è più utile indicare i personaggi politici meno adatti. Come ad esempio Romano Prodi, l’uomo che ha contribuito in maniera determinante al baratro economico in cui si trova l’Italia, introducendo l’euro con un cambio sfavorevole per il nostro Paese, senza valutare quali sarebbero state le possibili conseguenze, l’impoverimento degli italiani cui saremmo andati incontro. Tutti eventi prevedibili e poi puntualmente verificatisi.

Qual è a suo giudizio il provvedimento di maggiore urgenza che dovrebbe assumere il nuovo governo?
Senza alcun dubbio l’amnistia, un provvedimento che ho tante volte sollicitato unendomi alle battaglie dei Radicali e di Marco Pannella. E questo, non soltanto per gli evidenti motivi umanitari del sovraffollamento e dei suicidi in carcere, ma anche perché sarebbe un fattore positivo per la ripresa dell’economia.

In che modo l’amnistia potrebbe favorire la ripresa economica?
Anche l’amnistia sarebbe un atto di pacificazione e comporterebbe l’attenuarsi dello scontro infinito fra magistratura e classe politico-imprenditoriale. Un clima velenoso, quello venutosi a creare, con i Robespierre sempre pronti alla ghigliottina, alla gogna mediatica, ad emanare provvedimenti cautelari che spesso finiscono in niente, ma nel frattempo hanno distrutto centinaia di posti di lavoro e polverizzato patrimoni accumulati col lavoro di intere generazioni. Questo è ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Il clima di terrore che aleggia nel Paese è il principale elemento capace di allontanare gli investitori dall’Italia. Quelli che erano già qui, ora fuggono, delocalizzano. Gli altri allontanano qualunque ipotesi di impiantare nuove iniziative, o attività produttive già esistenti all’estero, in un Paese dove la giustizia è notoriamente lenta, inefficiente, e ora anche persecutoria.

Lei si riferisce in qualche modo anche al caso di Silvio Berlusconi?
Certo. Come ho già avuto modo di affermare in una precedente intervista, non è pensabile che si tenti di condizionare per via giudiziaria la vita politica di un Paese democratico. Ma questo è ciò che sta accadendo a Berlusconi, al centro di un accanimento senza precedenti da parte della magistratura. Ed è difficile accettare che si possa arrivare perfino alla richiesta di arresto per un uomo che ha appena rivcevuto il consenso da oltre 9 milioni di italiani.
Secondo i pm partenopei, Berlusconi avrebbe versato denaro nelle casse del movimento di Sergio De Gregorio per indurlo a passare dalla sua parte politica.
I finanziamenti ad un movimento politico non rappresentano una forma di corruzione. Altrimenti dovremmo ritenere che è stata una gigantesca corruzione tutta la Primavera Araba, dove ha avuto un peso determinante il sostegno economico dato dalle democrazie occidentali ai gruppi in lotta per liberarsi dai regimi autoritari. La corruzione, come purtroppo sappiamo in Italia, è ben altro, e non riguarda la possibilità di elargire in forme legittime erogazioni finanziarie ai movimenti, anche se questo determina il cambiamento degli orientamenti politici. Situazioni simili, del resto, sono sempre avvenute, non solo oggi nelle rivoluzioni maghrebine, ma anche nel corso di tutta la storia italiana, dalla prima repubblica e giù giù, fino al tempo degli antichi romani. Guerra senza quartiere, allora, alla corruzione vera, a quel cancro che costa al Paese 60 miliardi l’anno. E si dia subito agli italiani un governo, perchè imprese e famiglie non possono più attendere.

11 gennaio 2013 – Il discorso di Palazzo Barberini

Un sessantaseiesimo anniversario nel segno della rinascita, del risveglio, del rilancio. Ha esordito così il segretario nazionale Renato d’Andria nell’atteso discorso per l’anniversario di Palazzo Barberini di fronte ad un folto pubblico di cittadini comuni, giornalisti e militanti giunti da diverse regioni d’Italia. Qui i principali temi affrontati da d’Andria.

NEL SEGNO DELLA RINASCITA
«Per troppi anni la socialdemocrazia è stata guardata con sospetto dal popolo italiano, un lungo tempo in cui i grandi valori, che altrove in Europa determinavano sviiluppo ed armonia sociale, in Italia apparivano come un remoto bagaglio del passato, complice anche l’atteggiamento delle classi dirigenti che a lungo hanno guidato il partito secondo logiche personalistiche, tradendo la nostra vocazione di vicinanza ai problemi reali del Paese e badando in primo luogo a gestirne la memoria storica sulla base di interessi privati, che nulla avevano a che vedere con il bene degli italiani. Nel celebrare questo sessantaseiesimo anniversario dai fatti di Palazzo Barberini, che l’11 gennaio 1947 segnarono l’avvio di una lunga stagione di pace e democrazia per il Paese, a noi corre oggi l’obbligo di rilanciare il Partito Socialista Democratico Italiano nel segno della rinascita e del risveglio unanime delle coscienze. Ricordiamoci che siamo noi i veri eredi del nome e del simbolo del Psdi, di quello stesso partito che aveva un posto di rilievo nell’Internazionale Socialista, da cui è stato estromesso per far posto a socialisti e comunisti, vale a dire rappresentanti di modelli storicamente perdenti, a differenza della Socialdemocrazia, che è alla base dei governi nei Paesi più avanzati d’Europa».

GLI ARTEFICI DELL’EURO-TRUFFA
«Da anni denunciamo come l’introduzione dell’euro abbia rappresentato per l’Italia un’autrentica truffa. Ed è da questo punto che deve partire ogni analisi per comprendere fino in fondo e contrastare i meccanismi che sono stati programmati ed attuati contro il nostro Paese. Una truffa concepita da gruppi politici ben identificati, ai quali non era estraneo Romano Prodi, che in quel cambio sfavorevole all’Italia ebbe un ruolo determinante. Abbiamo subito un impoverimento drastico, con la riduzione secca del 50% degli stipendi e della ricchezza nazionale. I dati sono ormai sotto gli occhi di tutti e non meno noti sono gli artefici del disastro, eppure nessuno parla. Si tratta di forze esterne, nemiche dell’Italia, volte alla rapina e all’assalto delle risorse pubbliche e private del Paese, in combutta con ben precisi referenti del nostro panorama politico. Noi però, che da tempo denunciamo questi fatti, diciamo che ora il re è nudo e che è venuto il momento in cui tutti puntiamo il dito contro di loro».

PREVENIRE LA RIVOLTA 
«Saremo la spina nel fianco di queste forze, il “grillo parlante” di una società che sembra aver perso la forza di reagire. Ma attenzione: dietro questa apparente, supina accettazione della “rapina permanente”, potrebbero essersi già create le condizioni per una rivolta dagli esiti imprevedibili, con famiglie che specialmente al Sud, ma non solo, si ritrovano ridotte alla fame senza averne alcuna colpa. Potrebbe essere una sanguinosa rivoluzione: di fronte ad un simile pericolo, occorre una mobilitazione generale per cambiare questo stato di cose, prima che sia troppo tardi. Noi stiamo provando a fare la nostra parte».

MIDDLE CLASS ALLA RISCOSSA
«La politica degli ultimi dieci anni, che ha impoverito l’Italia, ha ottenuto l’effetto di dissolvere dal punto di vista economico il ceto medio, quella stessa classe sociale che da sempre è portatrice dei grandi valori culturali e sociali. Abbiamo un Paese sempre più spaccato fra ricche oligarchie ed eserciti crescenti di poveri e di senza lavoro, che sono la parte maggioritaria, dolente e viva dell’Italia di oggi. Nostro compito è quello di lavorare per restituire diritti e dignità alla classe media, che potrà avviare processi di crescita per l’intero Paese. Ed è anche a loro che ci rivolgiamo per combattere politiche come quella delle privatizzazioni spinte, che sono servite solo ad impoverire il ceto dei lavoratori-imprenditori, cuore autentico della classe media, facendo arricchire ancora una volta le oligarchie: quelle italiane, poche e ben note famiglie, ma sopra ogni cosa quelle estere, che hanno conquistato i pezzi principali del nostro apparato produttivo, i gioielli della nostra impresa che aveva fatto grande il made in Italy su scala internazionale. Forse siamo ancora in tempo per frenare questo sciagurato processo di colonizzazione».
(segue: il discorso di Renato d’Andria l’11 gennaio 2013)

SOCIALISTI E DEMOCRATICI: LAVORATORI IN CAMPO
«Con il contributo dei militanti e di gruppi sostenitori in tutta Italia noi ci poniamo l’obiettivo di far tornare ad essere il Psdi un partito di massa. Rifuggiamo da ogni forma di elitarismo, perché è in questo tipo di compagini che si annidano i compromessi e la corruzione. E rifuggiamo anche dai partiti “di massa” così come lo era stato il Pci, oggi diventato una élite ricca e borghese, costituita da coloro che vengono indicati coi termini di “società civile”, ma che in realtà rappresentano un ceto politico che sfrutta le risorse del Paese, senza cimentarsi con le sfide e i drammi quotidiani del mondo del lavoro. Una classe di sfruttatori, quindi, che per giunta ostacolano l’attività di chi fa impresa, rischia e dà lavoro, quello vero, a tanta parte del Paese. Sicché oggi possiamo parlare di una autentica divaricazione fra classi produttive, sempre più povere, e un ceto parassitario, che fa politica e frena lo sviluppo.
E’ arrivata l’ora di mandarli a casa!».

RILANCIARE IL PAESE: LA PROPOSTA DEL PSDI
«Per creare ricchezza il nostro Paese può contare sull’intelletto e sulla professionalità dei suoi abitanti, popolo riconosciuto all’estero come detentore di primati assoluti nel mondo. Dobbiamo smetterla di essere e di sentirci la ruota di scorta dell’Europa, dobbiamo allargare il nostro orizzonte economico verso i Paesi del bacino del Mediterraneo. Non abbiamo bisogno di professori fasulli, molti dei quali al servizio delle classi parassitarie di cui sopra. I nostri professori, quelli veri, sono quegli imprenditori che con la loro manodopera specializzata possono fare da guida ai Paesi maghrebini, che stanno ricostruendo i loro apparati propduttivi e stanno riscrivendo in qualche modo il loro destino. Sono gli stessi governi che non attendono altro se non le nostre competenze spacializzate e riconosciute nel mondo. Ma questo processo non deve avvenire nelle forme in cui lo registriamo dolorosamente oggi, con la dislocazione delle imprese italiane in Paesi esteri meno vessatori nei confronti delle imprese, come è diventata l’Italia negli ultimi anni. Dovrà al contrario tradursi in un processo controllato di crescita interna, tramite un export programmato di competenze all’estero, ferma restando l’italianità delle aziende e la permanenza nel nostro Paese della ricchezza prodotta, nonché dei processi di sviluppo avviati.
Anche questo non sarà facile: benché si tratti di processi ampiamente condivisi dalla parte migliore del nostro Paese, ad ostacolarne il decollo sono ancora una volta le stesse forze che ci hanno impoveriti, prima con la truffa dell’euro, poi con il cosiddetto “governo dei professori”».

ELEZIONI: IL PSDI IN CAMPO
«Dall’analisi fin qui resa, è chiaro che in questo particolare momento politico il nostro orientamento per fronteggiare e vincere la crisi coincide con la valutazione espressa da Silvio Berlusconi per il Pdl. Quali che saranno le scelte politiche in vista della prossima tornata elettorale, annunciamo oggi che il Psdi ha presentato il proprio simbolo per il Senato nelle regioni di Campania, Sicilia, Veneto, Calabria e Abruzzo. In qualsiasi caso, non faremo mancare la nostra presenza di fattore ideologico e politico per il risanamento del Paese, ma fin da subito ci prepariamo anche per il governo dei territrori. Per questo sollecitiamo la discesa in campo delle tante forze sociali, uomini e donne, espressione del Paese vero, che insieme a noi intendono lavorare nel segno dell’autentico servizio.
A loro e a tutti quelli che credono nei nostri valori, anunciamo oggi che entro aprile sarà celebrato un Congresso del Psdi aperto a tutti gli italiani di buona volontà che intendono la politica come un “dare”, in termini di forza, energia e dedizione, e non come un “prendere” o “ricevere” per fini personali».

Il governo Monti, i favori al Fondo salva stati e il Natale da lacrime e sangue degli italiani

Le lacrime e il sangue che gli italiani stanno versando in questi giorni per pagare la seconda rata dell’Imu se ne vanno per pagare il fondo salva-stati.

Nemmeno un euro di quei sacrifici servirà a risanare i conti del Paese, che invece regrediscono paurosamente. Basti pensare al debito Pil, principale indicatore nella valutazione dell’Italia sui contesti economici internazionali, che è passato dal 120% di novembre 2011 al 128% di dicembre 2012, con un balzo di ben 8 punti in poco più di un anno. Peggio di Monti – questo il risultato del suo anno di governo – non aveva fatto nessuno nella storia repubblicana, nemmeno i “famigerati” governi del pentapartito, che anzi riuscirono in un anno a portare su di 4 punti il debito Pil.
La sintesi – tanto agghiacciante quanto drammaticamente reale, dati alla mano – è stata resa dal Senatore della Lega Nord Massimo Garavaglia, ospite di Porta a Porta lo scorso 12 dicembre.
Nel dettaglio, ha spiegato il senatore, lo sbilancio è causato principalmente dal fatto che abbiamo dato 46 miliardi al Fondo salva-stati e a Grecia, Spagna e Portogallo, soldi di cui la metà non torneranno mai più nelle nostre casse.
Ma c’è di peggio. Quest’anno – ha continuato Garavaglia – l’Italia era tenuta a versare solo una rata di quei 15 miliardi al Fondo salva stati. Monti però decide di anticiparne una seconda, «quindi abbiamo pagato 2,7 miliardi in più rispetto agli altri Paesi».
Ora, considerando che il gettito derivante dall’IMU sulla prima casa è di 3 miliardi, «tutto ciò significa che abbiamo buttato via quel gettito e non si capisce nemmeno perché…».
Di fondo, poi, c’è ancora un’altra considerazione: «Ma è possibile – chiede il senatore Garavaglia – che noi dobbiamo dare 46 miliardi agli altri stati e non possiamo prestare “a noi stessi” 10 miliardi, visto che avere un debito pubblico da 2000, o da 2010 miliardi, non cambia quasi nulla, e che invece con 10 miliardi si poteva, per esempio, risparmiare agli italiani il pesante sacrificio dell’Imu sulla prima casa?».
Risultato: «Abbiamo tartassato gli italiani in maniera pazzesca, con risultati, che vedremo, da “disastro aereo”, senza ottenere i risultati che ci si era ripromessi, ma anzi determinando l’aumento vertiginoso del debito Pil».

Link all’intervento del senatore Garavaglia a Porta a Porta:

http://www.ilgiornale.it/video/interni/garavaglia-vi-racconto-dove-va-finire-limu-866151.html

http://www.partitosocialistademocraticoitaliano.it/il-governo-monti-i-favori-al-fondo-salva-stati-e-il-natale-da-lacrime-e-sangue-degli-italiani_1199.html

Il ritorno dei due Poli come caposaldo della democrazia

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D’Andria: «La socialdemocrazia sia il valore di riferimento del nuovo esecutivo»

Mentre annuncia un grande convegno nazionale per il rilancio della socialdemocrazia nel nostro Paese sul modello dei padri di questo pensiero, come Olof Palme, il segretario del Partito Socialista Democratico Italiano, Renato d’Andria, commenta la discesa in campo di Silvio Berlusconi come l’unico evento decisivo in grado di sbloccare la democrazia italiana, impantanata «nella morsa di un governo tecnico al servizio di grossi interessi finanziari esteri e assai meno capace di venire incontro alle urgenti necessità di imprese e cittadini italiani».
Imprenditore ed editore, da sempre in prima fila per difendere i diritti di quell’apparato produttivo privato che dà lavoro a milioni di persone e famiglie, costituendo la spina dorsale del Paese, in questa intervista d’Andria definisce tout court «fallimentare» l’esperienza del Governo Monti, che in un anno e mezzo «ha desertificato buona parte della nostra economia, demolendo pezzi interi del Paese vivo, che ora non si sa se potranno tornare a produrre».

Segretario, lei dunque vede con favore la discesa in campo di Silvio Berlusconi alla guida del Polo moderato, nonostante i tanti stop and go che hanno preceduto questa scelta?
Quella di Berlusconi è secondo me una scelta dovuta, per restituire al Paese il bipolarismo che nell’ultimo anno aveva lasciato il posto ad un panorama confuso, magmatico e a rischio per la tenuta democratica.
Però nei mesi e nelle settimane che hanno preceduto l’annuncio ufficiale di Milanello i sondaggi riportavano un gradimento dell’ex premier in picchiata di consensi.
Media e sondaggi, come sappiamo, non esprimono certezze assolute, ma sono piuttosto specchio dei gruppi di potere che li controllano e delle loro volontà. La verità è che la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie ha ricollocato nel Paese un polo di sinistra, senza se e senza ma, cui era necessario sull’altro versante contrapporre un leader che tenesse alta la sfida, rilanciando il valore democratico del bipolarismo. E in questa fase l’unico che potesse farlo era Silvio Berlusconi.
Ma proprio in quest’ultimo anno sono emersi con forza movimenti come quello di Grillo, che pure ha raccolto grossi consensi nella popolazione, e che per molti rappresentano un importante segnale di democrazia dal basso, contro il modo tradizionale di fare politica che, coi privilegi della Casta, aveva esasperato gli italiani.
I “movimentismi” hanno avuto il merito di determinare la rottura con assetti e privilegi insopportabili, ma di qui a governare l’Italia, in un momento fra i più difficili della sua storia, c’è davvero di mezzo il mare. Perciò non dobbiamo rischiare, come tante volte accaduto, di buttar via valori e patrimoni ideali insieme agli errori commessi, dei quali bisogna invece liberarsi. In altre parole, il ritorno ad una politica, oggi ben più consapevole degli sbagli commessi nel passato, è l’unica strada che il Paese ha di fronte, se non vogliamo che la nostra economia torni ad essere ostaggio di potenze straniere. Perché solo la politica risponde al popolo che l’ha votata, cui deve dar conto delle sue scelte, ogni giorno.
Quindi anche la sfiducia del Pdl al governo Monti è stata, secondo lei, un atto dovuto?
E’ evidente che non si poteva continuare sulla strada, ampiamente praticata dall’esecutivo in carica, di chiedere sacrifici non i ricchi, bensì solo ai più poveri, a quella parte numericamente maggioritaria del Paese spinta letteralmente sull’orlo del suicidio. Altrimenti poi avremmo contato i morti. Ora, dopo mesi e mesi di silenzio, questo lo riconosce anche la sinistra.
Il governo si è difeso sostenendo che non ha avuto il tempo di portare a compimento le riforme.
Sono solo scuse. Lo sappiamo: con volontà e capacità, in cento giorni si fa l’Italia. Invece qui non è chiaro nemmeno a chi o a quali poteri Monti risponda, non si comprende come un economista di tale portata non sapesse che una pressione tributaria quale quella caricata dal suo governo su imprese e cittadini non potesse che avere, come effetto immediato e prevedibilissimo, la depressione totale del mercato, il crollo dei consumi e il conseguente blocco della nostra economia.
E’ stato agitato lo spauracchio di Grecia e Spagna. Potevamo anche noi trovarci in quella situazione?
Penso che assai meglio di quanto abbiamo fatto noi, o di quanto abbiano fatto Grecia e Spagna, entrambe coi loro governi “dei banchieri”, sia invece stato fatto in Paesi realmente democratici come la Gran Bretagna dove, a fronte della crisi europea, si è pensato in primo luogo agli interessi del popolo inglese. Sono state varate norme attraverso sistemi democratici, senza colpire i cittadini alla cieca, come è avvenuto da noi.
Insomma lei ritiene che l’esperienza del governo Monti sia stata totalmente fallimentare, o salverebbe qualcosa?
Quella del presidente Napolitano di dare un governo tecnico agli italiani in un momento difficile, era stata senza dubbio una idea buona, valida e di prospettiva. Purtroppo però nei fatti si è tradotta in un’esperienza ancor più penalizzante per gli italiani.
Guardiamo allora al futuro e al governo che verrà. Quali sono a suo giudizio i provvedimenti dell’esecutivo Monti da riformare o abolire con maggiore urgenza?
In primo luogo bisognerà agire sulle banche, che oggi si valgono di privilegi e abusi mai concessi prima da nessun governo. Mi riferisco in particolare alle norme esasperate antiriciclaggio, che invece di contrastare seriamente gli illeciti hanno bloccato i flussi finanziari legittimi, o ai vincoli sulla circolazione della moneta contante, che rappresentano un freno reale all’economia. Si è determinato un deficit di libertà, uno stallo generalizzato. E non è così, paralizzando l’intero sistema, che si combatte l’evasione. Senza contare i danni prodotti dall’imposizione fiscale abnorme su beni essenziali come il costo dei carburanti, che si è ripercossa sui beni di largo consumo, comportando l’impossibilità per molte famiglie perfino di fare la spesa alimentare. E anche la compressione della spesa pubblica, pur necessaria, doveva essere attuata in maniera da non stritolare il mercato del lavoro.
A proposito di mercato del lavoro, nel corso delle primarie del Pd si è parlato molto dei giovani e l’argomento torna con forza in questa campagna elettorale, al centro dei programmi in entrambi i poli. Il suo partito cosa propone?
Prima di tutto va chiarito un punto, che secondo me è al cuore della questione: l’argomento giovani è stato usato ed abusato da tutte le forze politiche, ma in particolare dal centro e dalla sinistra, che lo brandiscono come un vessillo, senza però affrontare il nodo centrale. Ha cominciato il governo Monti, che ha inflitto colpi mortali a tutto il sistema pensionistico e di welfare nel nostro Paese. Probabilmente su questa strada andrà avanti un possibile esecutivo a guida centrosinistra, che parla di giovani senza considerare che non è possibile offrire loro prospettive concrete se si continua a penalizzare pesantemente le famiglie. La classe più colpita oggi è proprio quella dei cinquantenni, ai cui figli molto spesso è stata tolta la possibilità di studiare, di formarsi e di cercare così un lavoro soddisfacente. Abbattendo il sistema famiglia, tartassando beni primari come le prime case, o facendo schizzare alle stelle le tasse universitarie, si comprimono i diritti dei giovani, ed è stata questa la strada seguita finora. Alla fine di simili processi, oggi i giovani vengono strumentalizzati e manipolati per realizzare movimenti scenografici di massa. Ma non è di questo che hanno bisogno le nuove leve e le loro legittime aspettative.
Alla luce di tutto questo, quale sarà allora l’orientamento del suo partito in questa campagna elettorale? A quale dei due poli farà riferimento la socialdemocrazia italiana?
La socialdemocrazia italiana è rivolta in primo luogo a quella europea, con riferimento principale al modello svedese. Attraverso il convegno di gennaio prossimo, che organizziamo in contemporanea con le tradizionali celebrazioni per l’anniversario della scissione di Palazzo Barberini, noi ci poniamo l’obiettivo primario di riportare in alto nel nostro Paese il valore della socialdemocrazia come modello di governo, al quale del resto si ispirano a parole le più diverse forze politiche, senza però avere la responsabile consapevolezza di esserne pienamente eredi, un compito che spetta invece legittimamente e solo al nostro Partito. Inoltre, prima della fine dell’anno si terrà a Roma un’assemblea di tutti i referenti territoriali per lanciare una grande campagna di tesseramento dal basso.
In che senso, dal basso?
Lo slogan sarà: “Noi stiamo cercando proprio te!”, i manifesti sono già pronti. Chiederemo ai tanti italiani che condividono i nostri valori di proporre, attraverso il tesseramento, la propria candidatura per le imminenti tornate elettorali. In tal senso è stato già lanciato un appello sul web per raccogliere curricula ed intenzioni, che saranno poi attentamente selezionati per lanciare in campo la nostra proposta di una nuova classe dirigente.
E in tema di alleanze?
Vedremo quali saranno le forze politiche realmente intenzionate a condividere i nostri valori. Di sicuro, non potranno esserci percorsi comuni con quei partiti che tuttora difendono l’operato del governo Monti.

(nella foto, il segretario PSDI Renato d’Andria)

Roma, 9 dicembre 2012