Il ruolo dell’Italia fra Europa e Mediterraneo

Si è tenuto lo scorso 9 maggio presso la Fondazione Gaetano Salvemini, a Roma, un incontro fra diversi esponenti del mondo politico, culturale e scientifico per analizzare il drammatico scenario economico del contesto europeo ed indicare le possibili vie d’uscita.
«Quanto sta accadendo – ha spiegato presidente della Fondazione Salvemini e segretario nazionale PSDI, Renato d’Andria – mostra ormai senza alcun dubbio che le soluzioni proposte dall’Europa sono inaffidabili. Bisogna quindi esplorare altre realtà geopolitiche ed economiche». Per d’Andria, «il futuro politico è unicamente la Socialdemocrazia, in quanto modello che garantisce equilibrio ed armonia tra le forze economiche e sociali nei Paesi come il nostro, da sempre oggetto di guerre per bande fra le lobby, a discapito delle classi sociali più deboli». «Il PSDI, che rappresenta tale ideale e formula politica – aggiunge il segretario – si candida a gestire la leadership del cambiamento per guidare il Paese fuori dall’Europa e ad assumere un ruolo preminente di leader nel Mediterraneo, sostenendo anche l’ipotesi politica di una Unione dei Paesi bagnati dal Mare Nostrum».

Una nuova entità politica, dunque, «della quale il PSDI si farà promotore in tutte le sedi nazionali ed internazionali». «Nascerà con la grande prospettiva di essere un Polo politico-culturale che si rifà alla storia antica, in una chiave di sviluppo moderno della popolazione, una forza destinata a pacificare anche i contrasti di religioni, economie e civiltà fra gli abitanti di quei Paesi», viene spiegato a margine dell’incontro, cui hanno preso parte anche personalità provenienti dal Nordafrica.

Renato d’Andria annuncia poi che promuoverà entro il mese di luglio una Conferenza Mediterranea tra le forze politiche che si richiamano ai principi della Socialdemocrazia nei Paesi del Mediterraneo, «per varare un documento costituente della nuova alleanza ed indicare la strada del nuovo equilibrio geopolitico, assumendo la leadership di un movimento che avrà un respiro più ampio dell’Italia». A tal proposito è stato ricordato che, nel corso di numerosi incontri tenuti a livello locale, molti rappresentanti delle nazioni mediterranee del Nordafrica hanno manifestato la propria adesione alla costituzione del nuovo movimento ed hanno invitato lo stesso d’Andria ad accelerare il processo di alleanza politica che vedrà anche il PSDI come elemento in grado di coagulare queste istanze.
E’ emersa perciò dai lavori della Fondazione la necessità che d’Andria sia candidato a guidare una forza politica che, unita a quella del PSDI, possa portarlo al governo del Paese e a realizzare il sogno mediterraneo, interrotto da oltre 1500 anni.

Fuori dagli egoismi dell’Europa!

L’Italia torni ad essere Paese leader del Mediterraneo
Intervista al segretario PSDI Renato d’Andria. In campo il Quarto Polo. L’annuncio della Conferenza Mediterranea di luglio

La vittoria di Francois Hollande in Francia ha riacceso gli animi e le speranze dei tanti che, anche in Italia, non hanno mai smesso di richiamarsi agli ideali del socialismo. Il PSDI, che già da mesi sta portando avanti una attività di riorganizzazione e nuovo radicamento sui territori, sancito peraltro dai primi risultati della tornata elettorale di maggio (fra il 4 e il 5% in media nei comuni dove è stato presente), è fra i partiti che guardano alla vittoria socialista l’Oltralpe per rilanciare con forza la loro proposta agli italiani. In una prospettiva del tutto originale. Qui parla il segretario nazionale Renato d’Andria, che anticipa le linee guida della prossima azione politica per l’affermazione della socialdemocrazia in un’ottica decisamente mediterranea.

Segretario, partiamo proprio dalla socialdemocrazia. Ritiene attuale questa proposta, in un contesto economico e sociale di crisi come quello che sta vivendo il nostro Paese?
Il futuro politico dell’Italia, ancor più nel particolare momento che viviamo, non può che essere legato all’affermazione di assetti socialdemocratici, visto che questa proposta politica è l’unica che assicura l’equilibrio e l’armonia tra le forze economiche e sociali di un Paese. Questo vale ancor più per l’Italia, da sempre oggetto di guerre per bande fra le lobby, a discapito delle classi sociali più deboli.
Attraverso quali mezzi intendete portare avanti la socialdemocrazia in Italia?
Il Partito Socialista Democratico Italiano, principale soggetto portatore di quei valori di equilibrio e di armonia fra le diverse spinte economiche e sociali, intende candidarsi alla leadership del cambiamento. Il cambiamento che porterà l’Italia fuori dall’Europa e ne vedrà il primato assoluto all’interno degli stati bagnati dal Mediterraneo.
L’uscita dall’Europa non è una opzione semplice. Come si pensa di realizzarla?
Si tratta di vedere quali saranno le condizioni per assicurare al nostro Paese progresso e benessere. E mi pare ormai evidente che la strada, per restituire agli italiani la fiducia nel proprio futuro e in quello dei loro figli, non è quella di restare in un’Europa così com’è oggi, con i suoi egoismi e le sue prepotenze. L’Italia non dovrà più essere oppressa da altre nazioni nordeuropee, che di fatto la estromettono dalle decisioni sugli assetti economici e sulla vita stessa del suo popolo.
E allora ci spieghi meglio la proposta del Mediterraneo.
Certo, lo schieramento di forze politiche e sociali che ci candidiamo a guidare – e che ha già tanti sostenitori – punta a realizzare nuovi assetti geopolitici, spostando il baricentro dei nostri interessi verso sud, fino a farci assumere una posizione centrale e di leader dentro quelli che potranno essere i futuri Stati Uniti del Mediterraneo. Uno scenario che ha le sue radici nella storia antica dei popoli, ma che potrà rivivere in chiave futura, assicurando pace e benessere alle popolazioni nordafricane grazie anche al superamento dei conflitti di etnie e di religioni. Di questa nuova entità politica il PSDI si farà promotore presso tutte le sedi nazionali ed internazionali.
Come possiamo immaginare lo schieramento politico che guiderà questo cambiamento?
L’idea base, peraltro già da noi lanciata in campo fin da gennaio scorso, è quella di dar vita in Italia ad un Quarto Polo, capace di superare i tradizionali schieramenti e di chiamare a raccolta cittadini, forze politiche e sociali ed altri soggetti interessati ad invertire la rotta della caduta verticale della nostra economia, quella cui stiamo assistendo oggi, con i drammatici avvenimenti che la cronaca riporta ogni giorno sotto gli occhi sbigottiti del Paese.
Quali saranno i prossimi passi?
Promuoveremo a Roma entro il mese di luglio una Conferenza Mediterranea tra tutte le forze politiche che nel bacino del mare Nostrum si richiamano ai valori della socialdemocrazia. Sono forze vive, che portano avanti valori di giustizia sociale, pacificazione e progresso. I nostri contatti con queste formazioni sono già stati avviati da tempo. Nel corso della Conferenza di luglio sarà varato il primo documento costituente della nuova entità geopolitica e contemporaneamente attiveremo, anche attraverso la Fondazione Gaetano Salvemini, una commissione permanente di studio sulle modalità e i tempi di attuazione del progetto, che elabori e consegni i risultati in tempi brevi.

I DISASTROSI ACCORDI SULL’EURO E L’ECONOMIA DI GUERRA

24 aprile 2012
Da appassionato di economia ho espresso pubblicamente da tempo, sia come imprenditore che in qualità di esponente della vita politica italiana, la mia ferma contrarietà all’ingresso del nostro Paese nel sistema della moneta unica europea. Non occorrevano particolari benemerenze scientifiche per prevedere ciò che anche il buon senso già suggeriva una quindicina d’anni fa: in un arco temporale medio quella scelta avrebbe prodotto conseguenze assai negative per il nostro Paese.

Si cominciò male con il cosiddetto “con-cambio” del 2002, che di fatto fece precipitare l’Italia in una inflazione reale pari al 50%. A negoziare questa disastrosa operazione fu il Governo guidato da Romano Prodi ed ho sempre nutrito il sospetto che l’allora premier fosse consapevole della situazione cruenta di inflazione che si sarebbe abbattuta sul Paese, a discapito in primo luogo delle fasce sociali più deboli. Da allora e fino a tutt’oggi, sono queste le fasce della popolazione che pagano il prezzo più alto.

Questo primo tradimento degli italiani perpetrato dalla compagine che allora si riconosceva nell’Ulivo, ha provocato danni incommensurabili, i cui esiti più devastanti sono ora in atto.
Tanto che oggi col Governo Monti, se l’Italia non cambierà radicalmente la sua attuale impostazione politica, finirà come una nazione che ha perso la terza guerra mondiale, con conseguenze che graveranno sulle spalle dei cittadini per i prossimi cinquant’anni.
Renato d’Andria

Un ponte sul Mediterraneo: l’Italia e il nord Africa oltre il commercio

Quando, nel 1987, il governo di Rabat fece domanda di adesione alla allora Ce (Comunità Europea), i ministri degli esteri la respinsero perché il Marocco non è un paese europeo. Venticinque anni dopo, la Ue, che spende in Marocco un terzo dell’assistenza tecnica destinata al nord Africa, dovrebbe volgere nuovamente lo sguardo verso quella regione, vedendola come un’opportunità di ‘prendere due piccioni con una fava’. Un recente articolo, firmato da Robin Niblett e Claire Spencer1 di Chatham House (Londra), sottolinea il collegamento esistente fra la crisi finanziaria europea e la Primavera Araba, invocando ulteriore integrazione fra la Ue ed il Mediterraneo meridionale, proprio mentre paesi come Italia, Spagna e Grecia stentano ad uscire dalla crisi.

Da tempi non sospetti dichiaro che l’Italia dovrebbe assumere un ruolo più ampio ed attivo nella regione: la sua posizione geografica ne fa il candidato ideale per essere un leader verso i paesi del nord Africa. L’Italia, inoltre, non è aggravata dal fardello storico di Spagna e Portogallo, che potrebbe inficiare le relazioni con i paesi sull’altra sponda del Mediterraneo, né ha la relazione travagliata dei Greci con vicini in Asia Minore. Il completamento del gasdotto che porterà prezioso gas naturale dall’Azerbaijan in Europa attraverso il tacco d’Italia è un passo nella direzione giusta, ma non è abbastanza.

I benefici di una maggiore partecipazione dell’Italia nell’area del sud Mediterraneo sono duplici: essa sosterrebbe, come Niblett e Spencer giustamente sottolineano, l’ardua ripresa economica dell’Italia, restituendole il posto che le spetta al centro dell’Unione Europea, dove il suo prestigio e influenza economica sono state intaccate considerevolmente dal debito pubblico crescente; in secondo luogo, permetterebbe all’Italia di assumere un ruolo ‘normativo’ nelle relazioni della Ue con il nord Africa, dopo gli insuccessi dell’Unione del Mediterraneo, il ramo meridionale della Politica europea di vicinato (conosciuta in precedenza come Processo di Barcellona).

La coincidenza temporale della crisi finanziaria e degli eventi della Primavera Araba ha evidenziato la mancanza di creatività da parte della Ue; mentre ai paesi a est dell’Unione vengono offerti accordi commerciali bilaterali più avanzati, l’approccio ortodosso di Bruxelles non va oltre l’erogazione di fondi per i paesi Africani. Eppure, come evidenziato da Boserup e Tassinari2, la crisi finanziaria e la susseguente tempesta economica intaccano le fondamenta delle democrazie liberali, il cui modello la Ue vorrebbe esportare all’estero. Se l’Italia avesse la visione e il coraggio necessari, potrebbe sostenere i cambiamenti che porteranno stabilità ai movimenti democratici della Primavera Araba, e sarà in grado di sfruttarne i benefici, consolidando una ripresa duratura e stabile.

Le industrie italiane trarrebbero grandi vantaggi dalla rimozione delle barriere commerciali fra Europa e nord Africa, promuovendo lo scambio di merci con l’Europa e di servizi verso la costa meridionale del Mare Nostrum. La regione sarebbe inoltre un terreno fertile per investimenti diretti, che al momento costituisce solo l’1,5% del totale dell’Unione Europea.

Il sud del Mediterraneo sarà di importanza fondamentale anche per la sicurezza energetica dell’Italia (e della Ue), in quanto la vicinanza ne fanno una fonte naturale di carburanti fossili, da cui dipendono le nostre economie. Infine, il valore dell’integrazione economica e politica per la sicurezza dell’Europa è, nel lungo termine, inestimabile. Finora la Ue è stata incapace, per ovvi motivi, di controllare i suoi confini meridionali e fermare attività illegali sulla frontiera. Per anni l’Italia ha assunto un approccio reattivo a questi problemi. Ma sostenendo attivamente il processo di transizione delle nascenti democrazie del Mediterraneo e sostenendone la crescita economica, affronterà il problema alla base, sradicando la ‘domanda’ alla fonte, così dimostrando ai suoi partner europei che è possibile perseguire obiettivi etici ed i propri interessi gli interessi nazionali al contempo.

1: http://www.chathamhouse.org/publications/twt/archive/view/181837
2: Boserup, R.A., and Tassinari, F. (2012), The Return of Arab politics and Europe’s chance to engage anew, Mediterranean Politics, 17:1, 97-103

Flessibilità e sicurezze economiche: capisaldi del lavoro italiano

Concentriamoci sulla volontà di dedicarsi a un mestiere. L’imperversare della polemica riguardo il posto fisso e l’argomento del Ministro Fornero hanno costituito in questi ultimi giorni un vigoroso terreno di confronto con gli italiani.
Il Ministro del Lavoro presenta la flessibilità come elemento cardine di trasformazione all’interno del comparto lavorativo del nostro paese. Questa condizione diverrebbe appetibile ai lavoratori introducendo sistemi di remunerazione più elevati rispetto al posto fisso. Continua a leggere